
Dolce pensar all’artigiano: archeologia di uno strato da escavare della nostra società e della nostra cultura.
Dove sono finiti gli artigiani? Quelli che una volta avevano il laboratorio, quasi sempre aperto, sulla strada. Quelli da cui si andava per farsi sistemare tutto: dalle scarpe al manico del coltello. Quelli che trovavano il tempo anche per diventare artisti, come gli alabastrini di Volterra, senza vantarsene troppo. Quelli che stavano a bottega fino a ottant’anni senza lamentarsi e magari insegnando il mestiere a un bimbetto. Dove sono le sarte, le ricamatrici, i falegnami, i fabbri, i corniciai, i tappezzieri, i cestai e i merciai che facevano i bottoni? Non si sa. Se non sono scomparsi, stanno scomparendo.
Non è che mi sono svegliata ora da un sonno da bella addormentata nel bosco, è da tempo che osservo questa disastrosa tendenza: la perdita dell’intelligenza delle mani. Nessuno fa più niente – si ordina da a…zon e via – nessuno sa più che cosa fare con le proprie mani se non reggere una sigaretta o un telefonino con una mano e un guinzaglio con l’altra. Lo so, sono ingiusta, sono anche un po’ cattiva. Lo so e basta. E me ne dispiaccio pure, ma me le cavate di bocca!
Torniamo al tema. Fu forse la nostra generazione l’ultima (ormai devo usare il passato remoto) in cui anche chi “studiava”, imparava un mestiere, qualunque esso fosse: muratore, uncinetto, giardinaggio, idraulico, carpentiere, pescatore, piastrellista, imbianchino, calzolaio. Lo imparava dal babbo, dallo zio, dall’amico di famiglia, dalla sartina, dalla cappellaia. Magari poi si diventava avvocati o professori d’università, ma sapevamo che cosa era il lavoro e soprattutto sapevamo che ogni lavoro ha la stessa dignità. Se fatto bene.
Ecco questo “se fatto bene” o “a regola d’arte”, pochi sanno ancora che cosa significhi. La velocità, che è stata pompata generosamente nelle nostre vite, ha fatto dimenticare a tutti che un lavoro, qualunque esso sia, “deve essere fatto bene” e che sia pure pulire un cesso, anche questo può essere un’opera d’arte, anche quando si cancella una stupidata del Beuys. E sapete perché? Perché questo era quello che l’artista davvero voleva. E lei, la signora delle pulizie, è stata l’unica che lo ha veramente capito.
Scusatemi. In realtà, io vi volevo parlare della magia degli alabastrini (alabastrieri?) di Volterra. Entrare in quelle botteghe, in quella di Giorgio, per esempio è come attraversare secoli con un solo passo. Ascoltare le storie di Enio, ottant’anni e ogni giorno – mattina e sera – nella sua bottega, significa riempirsi di saggezza e di conoscenza, significa ricordarsi che questa era il nostro Paese, la patria del lavoro di altissima qualità senza tante iperboli da influencer.
Si entra in quel candore gentile della polvere d’alabastro ed è come entrare in un sogno. Molti si commuovono, ma non basta, bisogna capire che senza questa bellezza, senza queste mani “intelligenti” (per niente artificiali!) non c’è davvero futuro per noi tutti, per l’umanità intera. (Miranda Alberti)
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