La metafisica dei colori

Se non avessi visto l‘angelo del Beato Angelico a Palazzo Strozzi (Firenze) non mi sarei mai accorta dell’esistenza dei colori. Non si tratta né di daltonismo, né di cataratta, che pur m’affligge, ma di un fenomeno coscienziale. Vedere è un atto talmente spontaneo che ci rende ciechi per la maggioranza del tempo. Siamo vedenti/ciechi di colori.

Avendo fatto molte volte la guidùa nelle Pinacoteche di Monaco e altrove, ho un po’ di esperienza sull’arte del “vedere” che consiste nell’invitare i visitatori all’osservazione di un quadro con l’aiuto delle parole. Eppure, dei colori non riuscivo a dire niente di rilevante se non che il giallo è un bel giallo dorato o che il rosso è più o meno brillante. A volte ho raccontato le varie ipotesi sulla composizione della ricetta, ma niente di più. Perché?

Prima di tutto perché se ne sa poco. Spesso le ricette che si sviluppavano nelle varie botteghe, erano segrete e trasmesse oralmente. Le indicazioni scritte, quando ci sono, sono svianti o divertenti, come quella che dice di lasciar riposare il composto per tre giorni e nove mesi!*

Quello che non viene considerato è il valore psicologico-simbolico dei colori; il messaggio che inviano e che varia nelle epoche e nelle culture. Per esempio, il blu che oggi ci invade, dall’arte alla pubblicità fino alla politica, presso i Romani era quasi inesistente, perché considerato un colore di cattivo gusto, di lutto e perfino di pericolo, in quanto i “barbari” in battaglia usavano tingersi il viso con il blu della pianta del guado, per spaventare il nemico.

E quindi, quando Giotto dipinge quell’incredibile cielo azzurro trapunto di stelle nella Cappella Scrovegni (1300-1303), i visitatori della sua epoca, si trovarono a vivere un’esperienza unica e strabiliante, perché poco era il blu che vedevano in natura … e non mi dite che il mare è blu, perché il mare può essere di qualunque colore, perfino rosso e nero, così come il cielo.

E quale messaggio può mandarci quell’azzurro (dell’azzurrite e non del lapislazzulo, come raccontano alcuni) che dal cielo scivola sulle pareti fino a noi, se non quello di dirci che il paradiso è lassù, ma anche qui con noi, basta cercarlo, vederlo, riconoscerlo. Per loro soprattutto, ma anche per noi, quel colore è un messaggio di speranza e volendo perfino di allegria.

E allora ci viene da pensare alle poche notizie sulla vita di Giotto che lo definiscono un uomo piuttosto brutto e piccolotto, ma pieno di intelligenza pratica e di voglia di godersi la vita con la sua Ciuta e i loro otto figli. E da questo possiamo volare con la mente a quel tenero bacio fra Anna e Gioacchino, i genitori di Maria: l’umanità di Giotto è in quel bacio ma anche in quel blu paradisiaco che ci abbraccia tutti con amore.

Ma non fu il blu. Il colore che  il Beato Angelico mi ha inviato, per mezzo dell’angelo, e che ha risvegliato il mio interesse coloristico è stato il rosa nelle sue più varie sfumature: dal delicato al brillante, dal cupo al luminoso. Un rosa che sembra sussurrare armonia agli altri colori o elevarsi a protagonista come in quella veste angelica.

In quel momento, se avessi avuto Guido (vero nome del pittore) davanti a me, gli avrei chiesto, senza dubbio, perché avesse fatto di quel colore il messaggero della sua arte. E forse lui non mi avrebbe capito, perché a quel tempo la parola “rosa” non indicava un colore. E allora mi avrebbe spiegato che lui lo chiamava “incarnato” dal verbo incarnarare, cioè il messaggio che l’angelo porta a Maria. Un colore, quello, simbolo del mistero che segna l’inizio del cristianesimo, anche per chi, come me, non ci crede. (Miranda Alberti)  

*Grata al prof. Michel Pastoureau geniale storico e interprete del linguaggio dei colori.

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